La mente sul tappetino

riconoscere gli ostacoli per conoscere se stessi
Questo articolo è un approfondimento dedicato ai temi emersi durante la nostra ultima formazione presso il Centro Yoga Le Vie. Un percorso per scalzare la visione illusoria di uno yoga che porta magicamente alla serenità, calandoci invece nella cruda ma affascinante realtà di ciò che accade alla nostra mente quando pratichiamo.
Sommario dell’articolo
- la vera natura dell’asana: oltre la performance
- conoscere gli impedimenti per conoscere noi stessi
- i 5 impedimenti buddisti: una mappa per il praticante
- desiderio sensuale: l’illusione di fuggire dal presente
- avversione e malevolenza: quando si “mastica veleno”
- la noia: il rifiuto del vuoto
- l’irrequietezza: la mente “scimmia ubriaca”
- il dubbio: l’overdose di informazioni moderne
- come gli impedimenti si collegano ai klesa antichi
La vera natura dell’Asana: Oltre la performance
Quando usiamo il termine yoga, molto spesso dimentichiamo di tradurlo. Tra i vari significati stratificati nei millenni, uno dei più antichi e calzanti — presente fin dalla radice verbale yuj — è quello di “mettere al giogo”, ovvero utilizzare un metodo o una disciplina. Nello yoga posturale contemporaneo, la nostra porta d’ingresso per eccellenza a questo metodo è la pratica degli asana.
Tuttavia, cos’è davvero asana? Non si tratta della mera ricerca della forma perfetta. Nella fase matura dell’insegnamento di Sri T. Krishnamacharya, fare asana (samongati) significa far convergere quattro elementi simultaneamente:
- Il corpo: assecondando le proprie capacità fisiche e rispettando i limiti personali.
- Il respiro: il metronomo che scandisce il movimento.
- I sensi (Indriya): l’osservazione interocettiva e propriocettiva, che include anche le fluttuazioni emotive.
- L’attenzione (Manas): la facoltà di dirigere volontariamente e sistematicamente lo sguardo interiore su tutto questo spettacolo sensoriale.
Questa convergenza ci permette di sviluppare kanica samadi, la concentrazione sull’istante. In questa forma umile ma vitale di presenza mentale, la nostra consapevolezza si aggancia momento per momento a un oggetto in transizione (come il fluire del respiro o il cambio da una posizione all’altra) e ci introduce progressivamente alla meditazione.
Conoscere gli impedimenti per conoscere noi stessi
Chiunque intraprenda questo tipo di disciplina, anche solo per mezz’ora sul tappetino, incontra inevitabilmente un panorama mentale fatto non solo di intuizioni luminose, ma di storture e resistenze profonde.
Il punto focale della pratica non è sbarazzarsi magicamente di queste difficoltà, ma riconoscerle. Conoscere gli impedimenti significa conoscere noi stessi. Questi ostacoli, se visti dalla giusta prospettiva, non sono fastidiosi incidenti di percorso da cui fuggire, ma l’esatto materiale di studio su cui lavorare. Non serve ritirarsi in una caverna per decenni: il tappetino di casa è già lo specchio perfetto del nostro assetto caratteriale.
I 5 Impedimenti Buddisti: Una mappa per il praticante
Molte tradizioni hanno mappato questi ostacoli nei millenni. Una delle codificazioni più lucide (che ha influenzato pesantemente lo stesso Patanjali) è la lista dei Cinque Impedimenti (Panca Nivarana) stilata in ambito buddista. Incontriamo costantemente queste barriere, tanto durante un Vinyasa dinamico quanto nella meditazione seduta profonda.
1. Desiderio sensuale: L’illusione di fuggire dal presente
Il primo impedimento è il desiderio (*kama*), ovvero la tensione costante a proiettarsi fuori di sé alla ricerca di oggetti piacevoli, seguendo la convinzione illusoria che l’appagamento porti alla felicità duratura. Durante la pratica, questo si traduce in fughe in avanti: invece di godere del respiro presente, la mente evade, pregustando il post-pratica. L’insegnamento profondo è che l’accumulo dei desideri porta solo stanchezza; la vera gioia risiede nell’abbandono di queste proiezioni compulsive.
2. Avversione e malevolenza: Quando si “mastica veleno”
L’avversione è il lato oscuro del desiderio. Può manifestarsi sotto forma di vera e propria *malevolenza* verso gli altri: il rancore che ci assale in posizione di meditazione, portandoci a rimuginare sulle liti passate, un atteggiamento autodistruttivo che equivale a “masticare veleno” per il nostro stesso corpo. Ma può assumere anche contorni più sottili, come l’insofferenza per una posizione dolorosa o per il ritmo della lezione.
3. La noia: Il rifiuto del vuoto
Sempre nel regno dell’avversione troviamo una nemica insidiosa: **la noia**. Quando sul tappetino la mente si annoia — magari nello spazio silente tra un’asana e l’altra — stiamo vivendo un mix esplosivo: *l’avversione* per un momento neutrale che consideriamo inutile e *il desiderio* bramoso che accada finalmente qualcosa di eccitante. Invece di distrarci, la pratica ci invita a osservare proprio quello spazio vuoto, facendo della noia un potente oggetto di contemplazione.
4. L’irrequietezza: La mente “scimmia ubriaca”
L’irrequietezza e la preoccupazione impediscono alla mente di poggiarsi, rendendola paragonabile, come diceva il Buddha, a “una scimmia ubriaca”. Il flusso mentale saltella in modo disordinato: canzoni, memorie, appuntamenti futuri. È lo stato di distrazione totale. Il compito del praticante non è arrabbiarsi, ma far “accendere la lampadina” della presenza mentale che nota la distrazione e riaccompagna dolcemente e fermamente la scimmia all’oggetto d’attenzione.
5. Il Dubbio: L’overdose di informazioni moderne
Questo non è il sano spirito critico, ma un vero e proprio **scetticismo paralizzante**. È l’indecisione che ci blocca in un perpetuo stato di inerzia, impedendoci di agire. Oggi, questo ostacolo è ingigantito dalla **cronica overdose di informazioni**.
Siamo sommersi da approcci, libri e tradizioni diverse, e finiamo per praticare un pericoloso “bricolage spirituale”. Acquistiamo mille informazioni, ma non dedichiamo un solo anno intero alla pratica profonda di uno specifico metodo. Questa saturazione instilla un dubbio costante sul tappetino: “Sto facendo la pratica giusta? Non dovrei fare quell’altra?” privandoci della concentrazione necessaria per affidarci a un singolo percorso e portarlo fino in fondo.
Come gli impedimenti si collegano ai Klesa antichi
Questa antichissima mappa non si limita a fotografare le nostre distrazioni, ma ci mostra come i nostri comportamenti in classe abbiano radici profonde nei dolori ancestrali della condizione umana, definiti Klesha:
- Il desiderio continuo deriva da Raga (l’attaccamento bramoso).
- La malevolenza, la noia e la reattività derivano da Dvesha (l’avversione e la repulsione).
- L’irrequietezza, il dubbio e il torpore affondano le radici nell’Avidya (la nostra ignoranza spirituale di base e la mancanza di vera auto-consapevolezza).
Sapere di avere queste difficoltà è il vero inizio dello yoga. Come ha suggerito uno dei grandi maestri del passato, il cammino non inizia reprimendo i nostri blocchi per raggiungere una posa da copertina, ma osservandoli, comprendendoli e usandoli come un manuale su noi stessi.
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